Bullismo a Galatone. Parliamone

Mi chiamo Giorgio Colopi, sono uno psicoterapeuta ad approccio gestaltico che da molti anni lavora nelle scuole della provincia di Lecce ed in particolar modo a Galatone. L’episodio di bullismo verificatosi nel mio paese è venuto alla ribalta dei media nazionali,
da più parti viene sollecitata una mia riflessione in merito ed io ritengo costruttivo farla.
Fondamentale giudicare i fatti e non le persone
Innanzitutto, credo sia importante che gli autori di questo gesto ricevano una punizione dalle autorità competenti, proporzionata alla loro età, che rimandi loro la gravità dell’accaduto. Allo stesso modo, ritengo fondamentale non demonizzare questi ragazzi, non farne dei mostri, altrimenti c’è il rischio che lo diventino realmente. Occorre giudicare i fatti, non le persone. Questo, a mio avviso, dovrebbe accadere sempre, per qualsiasi tipo di reato, perché una persona vale sempre più dei suoi errori, ma è addirittura necessario nell’età dello sviluppo, periodo in cui un ragazzo sta definendo la propria personalità e c’è il rischio che si identifichi irreversibilmente col ruolo che gli viene attribuito. C’è una differenza enorme, dal punto di vista pedagogico ed umano, tra il dire <hai commesso un crimine> ed il dire <sei un criminale>. Etichettare questi adolescenti come “bulli”, pontificare diagnosi, non aiuta a risolvere il problema, serve soltanto a placare la nostra, comprensibilissima, ansia.
Il rispetto per coloro che subiscono
Episodi di questo genere possono essere umilianti per chi li subisce e minano l’autostima. Essere circondati dal branco, è accaduto anche a me quando ero ragazzo, crea una bruttissima sensazione di impotenza. È importante che ci siano degli spazi protetti dove i ragazzi possano parlare di come si sentano ed affrontare l’accaduto, ma senza forzature. Non è detto che un ragazzo ne voglia parlare per forza, non è detto che lo voglia fare subito, se non vuole andare dallo psicologo ha tutto il diritto di non farlo. Coloro che subiscono questi attacchi soffrano spesso per il fatto di essere involontariamente al centro dell’attenzione, del fatto che si parli così tanto di loro per qualcosa su cui preferirebbero il silenzio. Se l’omertà è il primo rischio che si corre, la vittimizzazione è il secondo. È una dinamica che ho visto molte volte nelle classi. Il mio invito ai ragazzi in questi casi è parlare tutti in prima persona, esprimere le proprie opinioni sull’accaduto e le proprie sensazioni, in pratica trasformare frasi del tipo <Mario poverino viene sempre preso in giro> in frasi del tipo <Io non voglio che questi fatti accadano a scuola e mi sento male quando il mio amico viene deriso>. Tutti possono permettersi di dire frasi di questo tipo tranne i responsabili degli episodi, che iniziano a sentirsi isolati in classe ed a sperimentare una sensazione simile a quella di coloro che prendono di mira.
Quando accadono fatti così eclatanti, la nostra rabbia, la paura che qualcosa del genere possa accadere ai nostri bambini, ci inducono a cercare i colpevoli, un capro espiatorio, in generale delle soluzioni veloci del problema. Sui social network è tutto un fiorire di accuse e dita puntate, con l’illusione inconscia e implicita che una volta individuato questo “colpevole” sarà sufficiente estirparlo dal “contesto sano” per ritornare alla nostra rassicurante quotidianità. Non è così; è una confortante “cazzata”, distante dalla realtà. Ogni evento è determinato da una pluralità di cause. Personalmente, ad esempio, ritengo che uno dei fattori maggiormente responsabili del fenomeno del bullismo, in generale, sia il sovraffollamento delle aule scolastiche. Il numero elevato di alunni in una classe, dettato da logiche economiche di risparmio e contrario a qualsiasi buon senso, crea un clima insostenibile, per i docenti e per i ragazzi: anche una parola sottovoce, moltiplicata per tutti i presenti, genera un caos insopportabile, ed i ragazzi in quella stanza ci devono passare 5-6 ore al giorno, 6 giorni della settimana su 7. Voglio con questo dire che la colpa è del contesto e che i cosiddetti bulli ne sono soltanto vittime? Assolutamente no. Gli autori del gesto vanno puniti perché vanno responsabilizzati ma al contempo la comunità dovrebbe lavorare in due direzioni. Innanzitutto dovremmo decidere se il benessere dei ragazzi è importante o meno, e la domanda è molto meno banale di quello che sembra. La faccio in un altro modo: ci interessa che un ragazzo stia bene, in classe o a casa, o ci interessa che se ne stia buono e zitto per tutto il tempo? Se vogliamo migliorare la qualità della vita dei ragazzi, dobbiamo essere pronti ad investire tempo e soldi, le cose da fare non mancano: ridurre gli alunni per classe, istituire la figura dello psicologo come punto di riferimento costante nella vita scolastica, che da anni è una mia battaglia, creare degli incontri periodici di monitoraggio del gruppo-classe dove siano gli stessi ragazzi a parlare dei loro problemi, fare degli interventi mirati sul fenomeno del bullismo. La letteratura scientifica sull’argomento dimostra che, lì dove si è intervenuto con strumenti adeguati su questo fenomeno, che riguarda tutti i paesi industrializzati, non solo l’Italia, si sono ottenuti dei risultati significativi, con drastica riduzione degli episodi di bullismo. In secondo luogo, creiamo delle alternative sane per l’espressione dell’aggressività. È un grave errore per la comunità credere che l’antidoto alla violenza sia la repressione dell’aggressività ed un maggiore controllo sui minori. Spesso è proprio l’eccessivo controllo delle emozioni che genera i comportamenti deviati. I ragazzi vanno responsabilizzai, è importante dare delle regole chiare ed è importante che la violazione di queste regole sia punita. Ma ai ragazzi va concessa libertà, non vanno “immobilizzati”, perché la rabbia che si reprime troppo a lungo, esplode, o come comportamento violento o come disagio psichico. Non facciamo diventare il contatto finisco un tabù. Quello che ognuno di noi può fare é smetterla di puntare il dito, di demonizzare e di cercare i colpevoli. Gli errori si possono fare, importante è cosa ne facciamo degli errori. Un buon genitore è colui che accetta il rischio di concedere libertà al proprio figlio, gradualmente e mostrando comunque la sua presenza, gestendo, volta per volta, l’ansia e la preoccupazione naturale che questo comporta. Parallelamente, per la società, non ci sono soluzioni veloci e definitive al bullismo, ci possono essere presenza ed attenzione costanti. Non ricordiamoci di questi argomenti solo quando accade qualcosa di grave.

Informazioni su Giorgio Colopi

Psicoterapeuta a Lecce
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