La parabola dei sette messaggeri ed il processo di individuazione

Nel racconto di Dino Buzzati “I sette messaggeri“ c’è un principe che vive con la sua famiglia in un castello ed in un regno talmente grande che nessuno riesce a dire quali siano esattamente i suoi confini. Alla morte del padre il ragazzo si appresta a diventare l’erede dell’impero però dice e decide di partire con sette cavalieri verso i confini della sua terra. Inizia il viaggio ma dopo una settimana ancora non trovano il punto esatto in cui termina il regno. Il principe manda allora il primo cavaliere indietro perché raccolga notizie dal castello e gli ordina poi di ritornare da lui seguendo la stessa direzione. Il resto della truppa continua a camminare ma dopo altri 10 giorni ancora niente. Il principe ordina dunque al secondo cavaliere di fare come aveva fatto il primo, anche se questo avrebbe comportato un tempo d’attesa decisamente più lungo. Proseguirono i giorni ed i mesi mentre i confini ancora non si scorgevano, gli altri cavalieri provarono a dissuadere il principe dalla sua impresa ma non ci fu niente da fare. Più andavano avanti più la terra appariva languida e desolata e niente sembrava indicare il punto in cui terminava il regno; il raggiungimento dei confini gradualmente si profilava come un’utopia. Col passare del tempo il principe mandava indietro gli ultimi cavalieri che ormai capiva non sarebbero più tornati da lui. Il principe finì i suoi giorni solo e disperato in una terra lontana, continuando sino all’ultimo la sua ricerca ormai senza significato.
Quando lessi questo racconto un po’ di tempo fa capii che parlava di qualcosa di profondamente umano ed universale. D’altra parte, io credo, che quando un racconto o qualsiasi altra opera d’arte ci colpisce è perché va a toccare temi inconsci condivisi. Ad ogni modo non riuscivo a comprendere il motivo del mio interesse né a capire il tema psicologico di questo racconto sinché non sono andato a riprendere un classico della psicologia ovvero “Invidia e gratitudine” di Melanie Klain, allora tutto mi è apparso chiaro. In questo libro l’autrice spiega che il bambino inizialmente non ha cognizione che esiste una madre, ovvero una persona distinta, poiché vive in una condizione di simbiosi. Il bambino al principio sperimenta il seno che lo allatta come una parte di sé e si percepisce come un tutt’uno con la madre. Perché ci sia uno sviluppo sano, il bambino deve passare dalla simbiosi all’individuazione, deve avere cioè cognizione che esistono due figure distinte, deve avere cognizione che esiste un confine. Ecco di cosa parlava quel racconto: la ricerca dei confini. Il principe si chiede ed è una domanda assolutamente legittima il cui senso psicologico è . Non posso dire di avere una casa, arredarla magari, se non ci sono i muri, ad essere più precisi non esistono case senza muri. Il confine differenzia l’interno dall’esterno, l’” Io” dal “Non Io” , ma soprattutto dà forma e sostanza. Non a caso il protagonista del racconto è un principe che sta per diventare re poiché proprio nell’adolescenza, la fase di passaggio dalla fanciullezza all’età adulta, il tema dell’individuazione si ripropone con forza. I ragazzi in quell’età vanno soprattutto alla ricerca del LORO SPAZIO, chiudono la porta, hanno diari segreti, etc. e questo è un momento assolutamente essenziale per lo sviluppo dell’identità. Non c’è niente di più sbagliato del negare questo spazio personale, violando il confine. Mi viene in mente la scena iniziale del film “Arancia meccanica”, quando Alex, il protagonista, è chiuso a chiave nella sua stanza. Si ode la voce di una donna che inizia ad interloquire con lui ignorando quella barriera ed insistentemente gli chiede come sta, cosa farà durante la giornata, se vuole qualcosa da mangiare, etc. Alex continua a rispondere mal volentieri sino al punto in cui, per riprendersi quello spazio, è costretto ad inventarsi un sintomo e dice . Ancora un altro esempio su questo tema: il racconto “Novecento” di Alessandro Baricco da cui è stato tratto il più noto film “La legenda del pianista sull’oceano”. Nella scena finale il pianista sembra quasi in procinto di scendere dalla nave su cui è vissuto per tutta la vita e cercare di “farsi una vita normale”. Fermo immobile sulla scala guarda dall’alto tutta la città, quella distesa di tetti che si perde all’orizzonte. All’improvviso ci ripensa e torna su, sulla nave. Più tardi dirà all’amico che tutto quello spazio era troppo per lui ed usa una metafora bellissima :. È una verità psicologica che meriterebbe di essere approfondita in altra sede: la libertà è nel limite; la mancanza di limiti, ovvero l’onnipotenza, equivale all’immobilità.

Informazioni su Giorgio Colopi

Psicoterapeuta a Lecce
Questa voce è stata pubblicata in Articoli e contrassegnata con . Contrassegna il permalink.