“Questo cielo così bianco”

Quello che cercherò di fare nel mio intervento è di inquadrare la depressione all’interno del modello della psicofisiologia clinica ad orientamento bio-esistenzialista del Prof. Vezio Ruggeri. La parola Bio-esistenzalista ben rappresenta l’intento audace di coniugare aspetti psicodinamici complessi con fenomeni fisiologici elementari come la contrazione di un muscolo.

Per noi non esiste una dicotomia tra mente e corpo, tutto ciò che è mentale è anche corporeo e viceversa, si tratta solo di due modi di versi di considerare una stessa cosa, cioè l’essere umano, due livelli di complessità differenti. Si io vado da un meccanico mi mostra tutti i componenti di un automobile: ecco il motore, queste sono le ruote, questi sono i cilindri, etc. Poi io chiedo dov’è il movimento? Questa macchina ha il movimento? Si . Dov’è? Il movimento non ha la stessa evidenza fenomenologica dei pistoni perché rappresenta una funzione legata ad una struttura nello stesso modo in cui l’entità psicologica che chiamiamo “Io” è una funzione legata ad una struttura: il corpo, ovvero a tutti i processi di ordine fisiologico presenti nel corpo. Per usare una metafora cara al Prof. Ruggeri, il corpo è un pianoforte, la psiche è la musica. Il nostro perciò non è un modello riduzionista, come chi vorrebbe ricondurre il disagio mentale alla mancanza di questo o quel neurotrasmettitore, ma un modello circolare ed integrato

E’ utile considerare la depressione, prima ancora che come una patologia, come uno stile, “un modo di essere”. Questo innanzitutto per liberarci dallo stereotipo del depresso. Tra le diverse forme di disagio la depressione è forse quella che meglio si riesce a mascherare e consente un buon adattamento sociale (recentemente Buffon, portiere della nazionale di calcio, ha parlato in un libro della sua depressione). Soprattutto però considerare questo disagio come uno stile ci consente un approccio concreto e pragmatico al fenomeno. Il DSM IV, il manuale di riferimento in psichiatria per i disturbi mentali, sottolinea un aspetto trasversale alle diverse forme di depressione cioè il vissuto soggettivo di malessere o meglio la mancanza di piacere in ciò che si fa. Il piacere di cui qui si parla però non è quello di carattere sessuale. Noi diciamo che al depresso manca un piacere di base, che noi chiamiamo narcisistico, il piacere di esserci, di esistere, di occupare uno spazio concreto nel mondo. Il depresso sente, emotivamente, di non esistere; il suicidio, spesso fantasticato dai depressi cronici altro non è se non la realizzazione di questo immaginario. Noi pensiamo che la mancanza di questo piacere della presenza, o meglio il tremendo vissuto di non-esistenza, sia dovuto a meccanismi attivi di inibizione delle proprie emozioni. La depressione è un processo per cui lentamente si sono represse le proprie emozioni sino a disconoscerle. Cercheremo ora di spiegare in termini psicofisiologici quanto appena detto: partendo dal presupposto che tutto ciò che è mentale è corporeo tenteremo di capire 1 cos’è un’emozione 2 perché in determinate circostanze è del tutto funzionale alla proprio equilibrio inibire attivamente le emozioni e come questo avviene 3 perché l’inibizione generalizzata delle emozioni porta al vissuto depressivo.
Innanzitutto un’emozione è una risposta dell’organismo a uno stimolo emotigeno che comporta uno stato momentaneo di disequilibrio omeostatico, tale disequilibrio è dovuto al fatto che il corpo si prepara a compiere un’azione, i muscoli entrano in un particolare stato di tensione detto ACTIVATION. Occorre avere ben presente che il significato evolutivo delle emozioni è primariamente legato a questa preparazione all’azione: la paura serve a fuggire davanti ad un pericolo, la rabbia mi serve per attaccare.

Un’Io fragile non può permettersi di sopportare questa condizione di disequilibrio, soprattutto se prolungata nel tempo, se cioè l’emozione, quale che ne sia la causa, non esita mai in un gesto. È come un atleta sulla linea di partenza a cui in continuazione venga incitato il “pronti?”. Come risponde l’organismo quando non può tollerare le emozioni ? Inibendo attivamente il sentire legato ad un emozione , ovvero esercitando una forma di controllo di natura squisitamente fisiologica. Pensate a cosa succede nel vostro corpo quando provate una forte rabbia e non siete nella condizione di esprimerla.

C’è un libro di Fabio Volo, si chiama “è una vita che ti aspetto”, in cui parla di un suo periodo di depressione ed usa una metafora concreta, estremamente efficace. Lui dice <io mi sento come uno di quei personaggi dei cartoni animati di Anna e Barbera che ad un certo punto della storia si devono dimenare per prendere tanti oggetti che cadono. Bene, a furia di trattenere tutte queste cose, io mi sono ritrovato ad un certo punto completamente bloccato. Il depresso dice e non sta usando una metafora, non sta usando una metafora poiché l’immobilità del depresso è apparente, lo sforzo che bisogna fare per bloccare le emozioni è enorme e a lungo andare insostenibile. La depressione è una sofferenza reale, corporea. Cosa fa lo psicologo chiamato ad intervenire su questo malessere? Prende queste sfere di cristallo sospese e le appoggia …

Quasi come se questo mio intervento volesse ripercorrere un percorso di terapia vorrei concludere con il resoconto di una guarigione. Tenete bene a mente quanto detto sin ora e sentite cosa scrive Fernando Pessoa nel “Libro dell’inquietudine” :

E’ davvero difficile capire cosa si provi quando si sente che realmente si esiste, e che l’anima è un’entità reale, da non sapere quali siano le parole umane con cui io la possa definire. Non so se ho la febbre, come sento, se ho smesso di avere la febbre, di essere un dormitore della vita. Sì, ripeto, sono come un viaggiatore che all’improvviso si ritrovi in una cittadina estranea senza sapere come ci è arrivato; e mi viene da pensare ai casi di coloro che perdono la memoria, e sono altri per molto tempo. Sono stato un altro per molto tempo – dalla nascita e dalla coscienza -, e mi desto ora in mezzo al ponte, affacciato sul fiume, con la consapevolezza che esisto più fermamente di ciò che sono stato finora. Ma la città mi è sconosciuta, le strade nuove, e la malattia senza cura. Aspetto affacciato al ponte, che mi passi la verità, e io mi ricostituisca nullo e fittizio, intelligente e naturale.

Informazioni su Giorgio Colopi

Psicoterapeuta a Lecce
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